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Claudio Magris
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2004 Award Winners
Letters Award Winners
Maestà, Altezze Reali, Signor Presidente e Signori della Fondazione Príncipe de Asturias, Signor Presidente e Signori componenti della Giuria di questo Premio, Colleghi che venite onorati insieme a me, Signore e Signori, molti anni fa, il giovane Umberto Saba, che non era ancora uno dei maggiori poeti del Novecento, aveva mandato a una rivista letteraria una poesia che aveva scritto su un soldato, che faceva allora il servizio militare insieme a lui. La poesia venne pubblicata e il poeta ricevette un compenso di cinquanta lire - erano gli anni in cui in Italia si cantava una canzone che diceva "Se potessi avere mille lire al mese?". La sera, in caserma, il commilitone disse a Saba che doveva dargli la metà del guadagno, venticinque lire, perché senza di lui non avrebbe scritto quella poesia.
Credo che quel giovanotto non avesse del tutto torto e che la vita abbia il diritto di presentare il conto a uno scrittore, anche a chi accoglie oggi con gratitudine e stupore un dono come quello, magnanimo e inatteso, che mi viene dato. In questo momento, mentre cerco di esprimevi la mia profonda gratitudine per il riconoscimento che mi viene conferito, penso che anch´io dovrei dividerlo con tutti coloro senza i quali i miei libri non esisterebbero. Scrivere è trascrivere. Anche quando inventa, uno scrittore trascrive storie e cose di cui la vita lo ha reso partecipe: senza certi volti, certi eventi grandi o minimi, certi personaggi, certe luci, certe ombre, certi paesaggi, certi momenti di felicità e disperazione, tante pagine non sarebbero nate. Dovrei quindi dividere questo premio con tutti i coautori di ciò che ho scritto, uomini e donne che hanno condiviso la mia esistenza e sono parte di me. Soltanto guardando quei volti posso vedere il mio, come in uno specchio, che altrimenti sarebbe vuoto, come se avessi venduto anch?io la mia immagine al diavolo, secondo la leggenda. Soltanto grazie a loro posso dire, come Don Chisciotte, "io so chi sono".
Questo premio corona la grande generosità che sin dall´inizio la Spagna mi ha sempre dimostrato. È già un premio, per me, essere accomunato alle grandi figure che lo hanno ricevuto in passato e lo ricevono oggi con me e agli altri scrittori che sono stati presi in considerazione insieme a me. Quanto più un premio è grande e significativo, tanto più esso insinua nell?animo di chi lo riceve un sentimento di gioia, ma anche di incertezza, perché induce a fare un bilancio di se stessi e i bilanci, si sa, rivelano spesso un deficit. Forse uno scrittore sente in modo particolare, oggi più che mai, la precarietà dell?io individuale, l´interscambiabilità dell´esperienza e della stessa personalità, che gli sembrano talvolta risucchiate in un´astrazione seriale e anonima; talvolta gli pare che un suo testo potrebbe essere di un altro. Forse è solo una tentazione che nasce dal timore, ma talvolta ci sembra che le cose inconfondibilmente e soltanto nostre siano i momenti di buio, di paura, di dolore, di angoscia o di delirio, di indegnità, come se fossimo veramente noi stessi soprattutto quando stiamo per perderci, per naufragare, per disertare. Ma senza fare i conti con questa oscurità, con questo impulso alla diserzione, non saremmo poi capaci di ingaggiare, nonostante tutto, quello che San Paolo chiama "il buon combattimento". La scrittura è anche un continuo viaggio tra queste due verità, quella della fuga e quella della battaglia; viaggio attraverso il deserto e verso una Terra Promessa che sappiamo di non raggiungere, perché la verità della scrittura è l´esilio, l´essere fuori dalla vita vera. Che cosa si perde, scrivendo? ? mi ha chiesto una volta una studentessa cinese a Xian. Domanda lapidaria, che ha richiesto una lunga risposta. Sì, anche la scrittura deve registrare alcune voci in perdita, ma senza di essa la vita vera sarebbe ancora più lontana.
Stiamo vivendo una trasformazione epocale, liberatoria e sconvolgente, del mondo, della realtà, forse dell´uomo stesso. Siamo tutti seduti sull´orlo di un vulcano e da tutte le parti arrivano boati di guerra, una guerra che, come le metastasi di un cancro, colpisce ora una ora un´altra parte del mondo e coinvolge il mondo intero. Come triestino, provengo dall´Italia, ma un po´ anche da quella civiltà mitteleuropea che ha intuito, vissuto e rappresentato in anticipo questo rivolgimento, paragonabile nella storia solo alla fine del mondo antico. Viviamo in una realtà che sembra quella descritta e prevista da Musil; una realtà campata in aria e senza fondamento, costituita da tante copie di originali andati perduti o forse mai esistiti, in cui gli eventi sembrano Azioni Parallele ad altre che però non accadono; in cui l´individuo stesso si sente una pluralità centrifuga, un arcipelago sparpagliato piuttosto che una unità compatta. Siamo entrati nella stanza dei bottoni della fabbrica della vita e non sappiamo se e quanto i nostri pronipoti ci assomiglieranno, se avranno le nostre passioni o saranno quasi un´altra specie. La realtà è un teatro di posa continuamente smontato e noi ci muoviamo in esso come Don Chisciotte nella Mancha; non abbiamo scritto il Don Chisciotte, ma tutt´al più un Amadigi di Gaula e il nostro guardaroba antiquato si impolvera e si logora nel trasloco universale che sta avvenendo, ma contribuisce anch´esso alla gestazione di una realtà che stentiamo a immaginare. Nel loro presente e nel loro futuro ? che in parte è già il nostro presente, ma in parte pure per noi è ancora futuro ? Nietzsche e Dostoevskij hanno visto l´avvento universale del nichilismo; molto dipenderà se lo vivremo, come Nietzsche, quale una liberazione da festeggiare oppure, come Dostoevskij, quale una malattia di cui guarire.
Un triestino è particolarmente incline a essere un uomo senza qualità e a cercare nella letteratura l´identità di cui è incerto. Il premio che mi viene oggi conferito sottolinea, generosamente, un senso forte dell?Europa presente in ciò che scrivo. Sono nato e vissuto in una città di frontiera che, specie in certi anni, era essa stessa una frontiera, anzi era costituita e intessuta di frontiere che la tagliavano spiritualmente separandola da se stessa, la attraversavano come cicatrici sul corpo di un individuo. Solo un´Europa realmente unita può far sì che le frontiere tra le sue nazioni e culture siano ponti che le uniscono e non barriere che le dividono.
L?unità europea non deve incutere timore. Viviamo già, di fatto, in una realtà che non è più nazionale, ma europea; questa unità europea di fatto dovrà diventare sempre di più un?unità pure istituzionale, anche se il cammino per realizzarla sarà irto di difficoltà e di momentanei arretramenti. L?amore per l?Europa non presuppone alcuna miope superbia eurocentrica: il centro del mondo oggi è ovunque e non tollera alcuna iniqua dominanza di una sola parte del mondo. L´umanesimo europeo è anche battaglia per questa pari dignità di ogni provincia dell´uomo, come la chiama Canetti. Nella vertiginosa trasformazione politica, sociale e culturale, la democrazia talora vacilla; la Spagna, che in pochi anni ha vissuto un incredibile rinnovamento, è un grande esempio di come la modernizzazione possa e debba significare incremento e vittoria della democrazia.
Europa non significa livellamento delle differenze, bensì un coro armonioso, in cui Oviedo non sarà meno spagnola né meno asturiana o Trieste meno triestina o italiana. L´unità non esiste senza diversità e viceversa. Dante diceva di aver imparato ad amare Firenze a furia di bere l´acqua dell´Arno, ma aggiungeva che la nostra patria è il mondo, come per i pesci il mare.
Grazie.
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